Lectio Magistralis di Matteo Salvatti in occasione del conferimento del Premio “Martin Lutero” 2025 al migliore scrittor

Pubblichiamo con gratitudine (Red.) Il Nembo di Mammona e la Nudità del Legame Reverendissimo vescovo Dottore Panerini, stimatissimi fratelli in Cristo Gesù nostro Signore, è piuttosto facile costruire l’unità laddove c’è dolore, sofferenza, difficoltà. Ogni giorno comprendiamo come laddove le disgrazie incalzano, le sciagure non si attenuano, le calamità irrompono, ecco che anche le fedi,…

Pubblichiamo con gratitudine (Red.)

Il Nembo di Mammona e la Nudità del Legame

Reverendissimo vescovo Dottore Panerini, stimatissimi fratelli in Cristo Gesù nostro Signore,

è piuttosto facile costruire l’unità laddove c’è dolore, sofferenza, difficoltà. Ogni giorno comprendiamo come laddove le disgrazie incalzano, le sciagure non si attenuano, le calamità irrompono, ecco che anche le fedi, i credo, le sensibilità diverse si uniscono per sconfiggere insieme il male che di volta in volta mostra il suo volto corrucciato.

Tuttavia è più difficile essere uniti nella gioia, sebbene Gesù ci abbia donato la vera gioia, la vera pace, non come quella che dona il mondo. La nostra gioia oggi, in questo momento nel quale ricevo questo importante riconoscimento, ha un valore ancora maggiore: la gioia di chi sa essere unito nei momenti belli, e non solo in quelli in cui bisogna darsi una mano.

Tuttavia resta la domanda iniziale: quale è la gioia che dona il mondo? E quale è la vera gioia, la pace del Signore? Mi appoggio a due figure che, nel corso dei miei studi, non ho mai visto associate, consapevole del terreno accidentato.

Accostare infatti il Poverello di Assisi (che tanto lega noi cattolici a voi, carissimi) alla figura evangelica del Filius Prodigus non è soltanto un esercizio di comparatistica spirituale, bensì un gesto che conserva un’intrinseca carica eretica — nell’accezione etimologica di hairesis, ovvero scelta dirimente, sguardo obliquo che scardina l’ovvietà. Ci troviamo dinanzi a due icone mai pienamente sovrapposte, eppure avvinte al medesimo principio: un vincolo paterno che non è meramente affettivo, ma ontologico, economico e, in ultima istanza, teologico. In entrambi i casi, tra il genitore e la prole si frappone l’ombra di Mammona — non quale mero conio, ma come medium opaco, come filtro che contamina e rende spurio ciò che dovrebbe risplendere nella nuda essenza della relazione. Come ammoniva Meister Eckhart: «Se l’anima vuole conoscere Dio, deve dimenticare se stessa e perdere se stessa».

San Francesco restituisce i propri averi per attingere alla libertà dello spirito. Il prodigo, per contro, esige il proprio fidecommesso per inseguire una felicità che immagina situata nell’altrove. Il primo compie una rinuncia elettiva, un’ascesi che si fa liturgia; l’altro esercita un diritto, rivendica un’aliquota, tramutando il legame in contratto. Eppure, per una di quelle simmetrie che la Provvidenza ama ordire, entrambi pervengono alla medesima soglia: la paupertas. Ma se quella di Francesco è una povertà stilizzata, celebrata come Domina e sposa, quella del prodigo è una penuria subita, aspera, rimbombante di inedia e ignominia. Francesco perviene alla beatitudine spogliandosi; il prodigo la ritrova nell’essere spogliato. È il chiasmo della vita interiore: perdere per ritrovare, rinunciare per possedere.

Sorge qui una riflessione più sottile sulla qualità del rapporto col Padre. Finché il denaro permane tra le due figure, il legame resta mercificato, mediato dalla metonimia del possesso: la parte — il bene, l’obolo — pretende di significare il tutto. Quando il capitale evapora o viene recisamente rigettato, la relazione si fa finalmente limpida, diafana, priva di quelle sovrastrutture che sant’Agostino definirebbe curvitas dell’anima verso le cose terrene. Solo quando il clamore di Mammona tace, il logos tra padre e figlio può farsi Verbo.

Emerge allora la decisiva aporia tra le due figure paterne. Pietro di Bernardone è l’archetipo dell’uomo coartato dall’ira, pronto all’aggressione verso il figlio che abiura il censo. Il gesto di Francesco non è recepito come catarsi, bensì come fellonia. La ricchezza, per il mercante di Assisi, è il vero collare del sangue; egli sembra declamare che senza l’oro non sussiste appartenenza. Al contrario, il Padre della parabola accetta — pur in un silenzio gravido di pietas — la dissipazione dell’eredità. Egli intuisce ciò che Simone Weil avrebbe poi formulato: «L’amore non è un consolidamento, ma un distacco». Egli sa che il legame precede il patrimonio e che la paternità non è una rendita di posizione, ma un atto di pura gratuità.

In questo anacoluto spirituale, il vero discrimine non risiede nei figli, ma nell’ermeneutica del padre. Proprietà o relazione? Patrimonio o paternità? Bernardone scorge nel figlio un’appendice del proprio status; il padre evangelico scorge nella ricchezza solo un accessorio del legame. Abbiamo qui allitterazioni di senso: il padre come padrone, il figlio come funzione, il denaro come dominio.

Ma v’è un’ulteriore istanza, forse la più urticante, che interroga le nostre biografie quotidiane. Quante nostre fedeltà sono cementate non dall’amore, ma dai lasciti, dai mutui, dalle obbligazioni non scritte? Quante volte il denaro diviene la maschera di una carenza affettiva? «Ti lascerò tutto» diviene il surrogato di un «Ti amo» mai pronunciato. Si assiste a una sinestesia gelida: il freddo metallico del numerario che si confonde col calore del sangue. Se è vero che pecunia non olet, nelle dinamiche familiari essa emana spesso un tanfo che tutto impregna.

Infine, la paradossale ricerca della libertà. Francesco la cerca nell’abbandono, il prodigo nel possesso. Entrambi anelano alla medesima meta, ma solo uno apprende che la vera libertà non consiste nel disporre, ma nell’appartenere senza possedere. Il prodigo lo impara nel fango, nella sinestesia aspra dell’umiliazione, comprendendo che la libertà acquistata è solo una libertà a rate, costantemente revocabile. Francesco lo intuisce in un istante folgorante, spogliandosi dinanzi al Vescovo e al secolo, compiendo un gesto che è insieme teatro e teofania.

Per dirla con una schiettezza che profuma di terra umbra: «I schei fann el debol parlar forte, ma el cor parlar muto». Quando l’economia invade il santuario dei sentimenti, genera frastuono. Il denaro è un eccellente famiglio, ma un pessimo demiurgo dell’anima. In ultima analisi, queste due parabole, l’una storica e l’altra scritturale, convergono nel punto focale della riscoperta del Padre. Ci insegnano che l’oro può legare, ma non unire; può trattenere, ma non generare. Poiché, come scriveva San Giovanni della Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore» — e non, certamente, sul bilancio.

Matteo Salvatti

La libertà comprata è una libertà a rate, sempre revocabile. Quante relazioni, quante appartenenze, quante fedeltà sono tenute insieme non da affetto, ma da mutui, eredità, patrimoni, promesse economiche. Quante volte il denaro diventa la metonimia dell’amore, il segno che pretende di sostituire la sostanza. Il denaro è un eccellente servitore e un pessimo mediatore affettivo. Dove passa lui, le relazioni diventano transazioni, le parole diventano promesse, i gesti diventano investimenti.

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