Iftar, tra fraternità e impegno per la libertà religiosa

Roma (NEV), 3 marzo 2026 – Proponiamo la trascrizione della rubrica “Essere chiesa insieme”, a cura di Paolo Naso, andata in onda la scorsa domenica 1° marzo in chiusura del programma di Radiouno RAI “Culto evangelico”. Siamo nel cuore del mese islamico di Ramadan che, secondo le indicazioni del Corano, i musulmani di tutto il mondo […]

Roma (NEV), 3 marzo 2026 – Proponiamo la trascrizione della rubrica “Essere chiesa insieme”, a cura di Paolo Naso, andata in onda la scorsa domenica 1° marzo in chiusura del programma di Radiouno RAI “Culto evangelico”.


Siamo nel cuore del mese islamico di Ramadan che, secondo le indicazioni del Corano, i musulmani di tutto il mondo dedicano al digiuno dall’alba al tramonto, alla meditazione spirituale e alla vita in famiglia.

 

Momento centrale di queste giornate molto particolari è l’iftar, il momento nel quale, al tramonto, si interrompe il digiuno e inizia una serata di convivialità e dialogo.

In questo periodo molti centri islamici si aprono alla realtà circostante, invitando amici, amministratori, politici e credenti di altre comunità di fede. Per i musulmani l’Iftar è soprattutto un momento religioso che, dopo la fatica e la concentrazione  del digiuno, restituisce loro una rinnovata energia spirituale.

Questi incontri  sono un’occasione di scambio informale e fraterno, di dialogo interreligioso che  coinvolge anche parrocchie cattoliche e chiese evangeliche. Una buona consuetudine, che merita di essere incoraggiata e generalizzata.

Ma l’immagine rassicurante che ci viene da tanti iftar celebrati in tutta Italia in moschee attrezzate e accoglienti, non può e non deve occultare il fatto che molti centri islamici sono stati chiusi o vivono in una situazione e di incertezza, in locali inadeguati o non riconosciuti come adibiti al culto. E quindi a rischio di chiusura.

Ed ecco il problema, sempre più insostenibile, relativo alla condizione giuridica dell’islam italiano. Ad oggi, questa comunità religiosa che conta oltre due milioni di membri, non dispone dell’Intesa garantita ad altre confessioni religiose di tradizione protestante, ortodossa, mormone, induista e buddista.

É difficile comprendere come mai l’accesso a questa norma sia preclusa ai musulmani ed alle loro associazioni che pure, nel tempo, hanno sottoscritto patti di reciproca collaborazione e accordi con alcuni enti locali e Ministeri.

Inoltre, come è evidente in questi giorni di Ramadan, l’islam si conferma una importante componente della scena religiosa nazionale, capace di aprirsi al dialogo con la realtà circostante, di aggregare dei giovani orientandoli verso la cultura della legalità, dell’attivismo civico e del dialogo con le altre fedi.

Ma la comunità islamica italiana, pur  numerosa ed essenziale per una costruttiva convivenza multietnica e multireligiosa, non solo non dispone di un’Intesa ma neanche del riconoscimento giuridico sulla base della vetusta legge, ancora vigente, detta dei “culti ammessi”.

Con l’eccezione della grande moschea di Roma, in altre parole, i grandi enti rappresentativi dell’islam italiano sono semplici associazioni, come una società sportiva di dilettanti o un circolo ricreativo. Una oggettiva anomalia, sempre meno giusta e giustificabile; una ferita al diritto a “confessare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda”, garantito dall’art. 19 della Costituzione.

Nei confronti dell’islam, in conclusione, i decisori politici sono paralizzati da un pregiudizio che finisce per ledere la stessa Costituzione.

Alle preclusioni formali derivate dalla mancanza di un’intesa, si aggiungono limitazioni sostanziali nella possibilità di aprire luoghi di culto, e ordinanze di chiusura di vari centri islamici, l’ultimo a Monfalcone. Ma a rischio è anche la storica moschea romana nel quartiere di Centocelle.

Il clima di amicizia che si respira negli iftar aperti che si svolgono in questi giorni è apprezzabile e incoraggiante. Ma non deve mettere in ombra il tema dell’Intesa anche con i musulmani, dei loro diritti e dei loro doveri nei confronti dello Stato. Glielo dobbiamo, lo dobbiamo alla salute della democrazia italiana, alla lettera e allo spirito della Costituzione repubblicana.

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