“Per sempre” tra fede e polemiche

Sal Da Vinci conquista il 76° Festival di Sanremo con una canzone…

Sal Da Vinci conquista il 76° Festival di Sanremo con una canzone che parla d’amore. Non ci sarebbe nulla di anomalo, considerato che da sempre l’amore è tema privilegiato per la musica e la poesia (e Sanremo, decisamente, non fa eccezione), eppure quest’anno si è riusciti a polemizzare pure su questo. La canzone vincitrice, diciamolo subito, non è indimenticabile: un tema neomelodico interpetato in maniera enfatica, un brano destinato a tenere banco ai pranzi nuziali esagerati cui ci ha abituato la televisione, di quelli che rischiano di durare più dei matrimoni stessi.

Il motivo del contendere, però, è il testo, che Repubblica descrive come “una vagonata di stereotipi duri a morire”: insomma, a una certa – individuabile – parte di opinionisti non va giù che si parli di amore eterno e di impegno. Temi, evidentemente, considerati retrivi, frutto di culture che si dovrebbero affossare a beneficio di una società moderna, aperta, fluida, inclusiva dove le combinazioni tra le parti devono essere quanto più varie e numerose perché, evidentemente, la formula della coppia che si promette stabilità e affetto non è sufficiente a garantire la felicità.

Sal Da Vinci canta “io te lo prometto” in tempi in cui si rivendica il diritto al disimpegno e aggiunge “davanti a Dio” mentre va di moda un ateismo snob che tollera tutto tranne Dio. Evidentemente troppo, per i commentatori da social, che addebitano a una canzone banale – non eccezionale, dicevamo, ma certo nemmeno scandalosa – un repertorio retorico degno di miglior causa. Nella loro logica, se dici “sì” è apologia di rapporti tossici; se dici “per sempre” è prevaricazione machista; se indichi una fede è subito medioevo.

Qualora poi due persone vagheggino addirittura l’arrivo di un figlio, apriti Cielo: è un quadro da Mulino Bianco, altro riferimento da aborrire. E se provate a obiettare che la questione dell’ideologia sembra essere sfuggita di mano, se provate a sostenere timidamente che nessuno è obbligato a un rapporto stabile ma l’ipotesi ha diritto di esistere a beneficio di chi ancora ci crede, guai a voi, laudatores temporis acti: subito si scatena una valanga di insulti, ammiccamenti, canzonature da parte dei custodi di un progresso diventato, a poco a poco, un traguardo da affermare con aggressività verbale e da difendere poi agitando il pericolo dell’aggressività verbale altrui.

Del resto, quando a parlare è la parte sbagliata, togliere la parola all’interlocutore è ineccepibile resistenza; se invece chi parla sta dalla parte giusta, l’imposizione delle proprie idee si trasforma in civilizzazione, la violenza diventa una necessaria lezione impartita ai renitenti, l’insulto si sublima in libertà d’espressione.

Nel passaggio dal Mulino Bianco alle Botteghe Oscure, dall’orbace (ormai stinto, ma sempre spaventoso) ai Black block (alle cui apparizioni segue sempre una condanna poco convinta) i foschi scenari da Ventennio rischiano di materializzarsi, sì, ma in forme e su trincee diverse da quelle paventate.

foto: raiplay.it

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