Michele Pellgrino, fede e università

Michele Pellegrino, noto al grosso pubblico per la famosa visita da cardinale, nel 1973 alla tenda montata in piazza Carlo Felice a Torino dai metalmeccanici in sciopero, con susseguenti polemiche da parte dei benpensanti, che gli mossero l’accusa di essere “un vescovo rosso”, in realtà fu soprattutto un credente, uno studioso, partecipe e…

Michele Pellgrino, fede e università

24 Marzo 2026

by Piera Egidi Bouchard

Docente di Letteratura cristiana antica, il futuro cardinale di Torino ebbe come studenti diversi evangelici

Michele Pellegrino, noto al grosso pubblico per la famosa visita da cardinale, nel 1973 alla tenda montata in piazza Carlo Felice a Torino dai metalmeccanici in sciopero, con susseguenti polemiche da parte dei benpensanti, che gli mossero l’accusa di essere “un vescovo rosso”, in realtà fu soprattutto un credente, uno studioso, partecipe e poi attuatore del Concilio. La sua infanzia fu poverissima: nato nel 1903 in un paesino del Cuneese, Roata Chiusani, orfano a quattro mesi della mamma, racconta di sé: «Mio padre era maestro muratore. Anche mio fratello era muratore. Anch’io sono muratore. Così, quando andava a casa in vacanza, mi rimboccavo le maniche e davo un aiuto».

Di precoce intelligenza e di profonda fede, a soli undici anni indossa la talare – segno di segregazione, che «non va lasciata mai, neppure quando gioca a pallone, o fa ginnastica, o va in montagna, va baciata al mattino prima di indossarla e alla sera prima di deporla» – ed entra in Seminario a Fossano, in un rigido ambiente religioso preconciliare, descritto minuziosamente da Pier Giuseppe Accornero,* il prete giornalista che ricostruisce la sua biografia introducendo affreschi storici degli avvenimenti del mondo, ma anche alternando articoli di giornale, ricordi di testimoni, citazioni , in uno stile descrittivo sciolto e vivace.

Pellegrino studia tanto, si laurea tre volte (Lettere, Teologia e Filosofia), e viene ordinato sacerdote nel 1925, proponendosi di essere «O sacerdote santo o non sacerdote». I due aspetti della sua personalità, la spiritualità e la cultura, lo guideranno in tutte le tappe della vita, offrendogli una bussola sicura nei tanti frangenti anche difficili, anche dolorosi che ebbe ad affrontare.

Per decenni fu docente di Letteratura cristiana antica all’università di Torino, e in questa veste lo conobbero molti evangelici che, proprio in quanto studioso dei Padri della Chiesa, frequentarono le sue lezioni e si laurearono con lui, tra cui Marcella Gay, poi rigorosa insegnante e la prima donna eletta nella Tavola vadese; Bruno Corsani, poi docente di Nuovo Testamento alla Facoltà valdese di Teologia; Piero Bensi, pastore battista, presidente dell’Unione battista e poi della Fcei; e Giorgio Bouchard, poi moderatore della Tavola valdese e presidente Fcei, che  ricordava di lui come, in tempi non propriamente ecumenici leggesse i libri del teologo luterano Oscar Cullmann.

Arcivescovo di Torino nel 1965, e poi cardinale, Pellegrino partecipa al Concilio Vaticano II, è tra i più giovani, con Luigi Bettazzi, impegnati nel rinnovamento della Chiesa, la quale deve «avvicinarsi al mondo in un clima di amicizia e di dialogo aperto e fiducioso: una Chiesa disinteressata in quanto al servizio e immersa nel mondo moderno». Il suo motto episcopale è Evangelizare pauperibus, e quindi la sua azione pastorale, si può distinguere in tre fasi: la prima (1965-71) «la trasformazione della diocesi in chiave conciliare, libera da ingerenze politiche ed economiche, dove la Fiat spadroneggiava – nota Accornero –. Affronta i drammatici problemi della città dell’immigrazione, e in una sua Pastorale scrive: “L’amore è la prima dote del pastore d’anime”».

Il secondo periodo (1971-75), che è il più importante e fecondo, è quello della famosa lettera pastorale Camminare insieme, «punto di arrivo e di rilancio di una Chiesa che riscopre la missione evangelizzatrice nei tre valori cristiani di povertà, fraternità, libertà e che propone la “scelta preferenziale dei poveri”, in quel contesto individuati nella classe operaia».

Nel terzo periodo (1975-77), in cui, dopo anni di contestazione in tutti i campi, esplodono gli agguati e la violenza della criminalità organizzata e del terrorismo, e chiuso il tradizionale «collateralismo tra Chiesa e DC, cristiani e marxisti avviano un confronto conflittuale ma fecondo». Pellegrino accetta il dialogo, ma è «inflessibile sui punti irrinunciabili», come, l’inaccettabilità dell’ateismo e del materialismo, l’ortodossia della dottrina. Colpito da un ictus nel 1982, Pellegrino morirà al “Cottolengo” nel 1986.

In questo resoconto ritroviamo tante persone conosciute, anche personalmente, come il sindaco Diego Novelli, il direttore del giornale La Voce del Popolo don Franco Peradotto, i preti operai, tra cui don Toni Revelli, i pacifisti, come Enrico Peyretti. È una ricca storia della città vista dall’angolatura, per noi evangelici perlopiù sconosciuta, del mondo cattolico.

* P. G. Accornero, Michele Pellegrino. L’uomo, lo studioso, il vescovo del Concilio. Cantalupa, Effatà editrice, 2025, pp. 288, euro 25,00.

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