Direttiva rimpatri, corsa al ribasso per i diritti delle persone

Roma (NEV), 27 marzo 2026 – Il 26 marzo scorso, il Parlamento Europeo ha adottato la sua posizione sulla riforma della Direttiva Rimpatri, il quadro normativo che disciplina il ritorno dei cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Il testo approvato introduce modifiche sostanziali rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, sollevando numerose preoccupazioni tra […]

Roma (NEV), 27 marzo 2026 – Il 26 marzo scorso, il Parlamento Europeo ha adottato la sua posizione sulla riforma della Direttiva Rimpatri, il quadro normativo che disciplina il ritorno dei cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Il testo approvato introduce modifiche sostanziali rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, sollevando numerose preoccupazioni tra gli esperti di diritto internazionale e le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani. Già lo scorso settembre, sedici relatori speciali delle Nazioni Unite e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa avevano espresso allarme per l’orientamento restrittivo della proposta, evidenziando il rischio di una progressiva erosione delle garanzie fondamentali.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’ampliamento delle ipotesi di trattenimento. La nuova formulazione estende le causali di detenzione, associandole a una definizione ampia di “rischio di fuga” e a stringenti obblighi di cooperazione con le autorità. In base a queste disposizioni, le persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio potrebbero essere trattenute fino a due anni, o oltre. A differenza di quanto previsto dagli standard internazionali – che raccomandano la detenzione solo come extrema ratio – non sono previste esclusioni esplicite per minori non accompagnati, nuclei familiari con bambini o persone in condizioni di vulnerabilità. Il testo, al contrario, contempla espressamente la possibilità di trattenere i minori, e prevede che i migranti possano essere ospitati anche in istituti penitenziari ordinari.
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata da tutti gli Stati membri, stabilisce che la detenzione non è mai nell’interesse superiore del minore. Numerosi organismi internazionali hanno ricordato come il trattenimento dei minori per motivi legati allo status migratorio costituisca una violazione dei principi fondamentali di protezione dell’infanzia.
Un secondo elemento di criticità riguarda il bilanciamento tra rimpatri forzati e rimpatri volontari. Le evidenze disponibili indicano che i rimpatri volontari rappresentano la soluzione più sostenibile, “economicamente vantaggiosa2 e meno dannosa per le persone coinvolte. La nuova impostazione, tuttavia, privilegia nettamente l’approccio coercitivo, riducendo i tempi previsti per la partenza volontaria e limitando l’accesso a servizi di consulenza indipendente e supporto al reinserimento.
Sul piano delle garanzie processuali, la posizione del Parlamento Europeo introduce elementi che sollevano interrogativi in merito al rispetto del principio di non-refoulement (non respingimento), cardine del diritto internazionale dei rifugiati. L’assenza di un effetto sospensivo automatico per i ricorsi, combinata con la riduzione dei termini per impugnare i provvedimenti, potrebbe determinare situazioni in cui le espulsioni avvengono prima che l’autorità giudiziaria si sia pronunciata. Una simile evenienza espone le persone al rischio concreto di essere respinte verso paesi in cui potrebbero subire trattamenti contrari ai diritti fondamentali.
Particolare attenzione merita la previsione relativa ai cosiddetti “hub di rimpatrio”, ovvero centri di trattenimento ubicati in paesi terzi. La formulazione approvata mantiene aperta la possibilità di stipulare accordi con Stati extracomunitari per il trasferimento di migranti, anche in assenza di un legame effettivo con il paese di destinazione. Esperienze pregresse di meccanismi analoghi hanno evidenziato rischi significativi: detenzione arbitraria e prolungata, vuoti di tutela giurisdizionale ed esposizione a violazioni dei diritti umani in contesti privi di garanzie adeguate. Le stesse disposizioni non escludono che nuclei familiari con minori possano essere destinati a tali strutture.
Un ulteriore aspetto segnalato da più parti riguarda le cosiddette “misure investigative” previste per l’esecuzione dei rimpatri. Il testo autorizza le autorità a effettuare perquisizioni domiciliari, accessi a dispositivi elettronici e controlli su beni personali. Organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti civili hanno evidenziato come tali poteri, per la loro ampiezza, possano determinare rischi di profilazione razziale e possano scoraggiare le persone in situazione irregolare dall’accedere a servizi essenziali quali assistenza sanitaria e supporto umanitario.
Anche il percorso che ha portato all’approvazione della posizione parlamentare ha suscitato osservazioni sul piano procedurale. La proposta presentata dall’eurodeputato François-Xavier Bellamy (PPE), sostenuta dai gruppi ECR, PfE e ESN, è stata approvata in tempi rapidi e senza che fosse condotta una valutazione d’impatto sui diritti fondamentali. Questo nonostante le ripetute richieste in tal senso da parte di oltre 250 organizzazioni della società civile e di molteplici meccanismi ONU. Il relatore originario del fascicolo, l’eurodeputato Malik Azmani (Renew), è stato scavalcato nelle fasi finali del negoziato.
La riforma della Direttiva Rimpatri entra ora nella fase decisiva dei triloghi, il negoziato tra Parlamento, Consiglio e Commissione volto a definire il testo definitivo. Le posizioni in campo presentano ancora elementi di distanza, in particolare per quanto riguarda l’estensione delle misure investigative proposte dal Consiglio e le garanzie da associare ai meccanismi di esternalizzazione.
Gli esperti di diritto internazionale e le istituzioni europee per i diritti umani hanno più volte richiamato l’attenzione sulla necessità che qualsiasi riforma in materia di rimpatri sia accompagnata da adeguate valutazioni di impatto, da meccanismi di monitoraggio indipendenti e dal pieno rispetto degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali. La posta in gioco, nelle prossime settimane, sarà determinare se il nuovo quadro normativo saprà contemperare le esigenze di efficacia amministrativa con la tutela dei diritti fondamentali, principio fondante dell’ordinamento europeo.

 

EU Return Directive: a Race to the Bottom for Standards

On 26 March, the European Parliament adopted its position on the reform of the Return Directive, the legal framework governing the return of “irregular” third-country nationals. The approved text introduces substantial changes to the European Commission’s initial proposal, raising numerous concerns among experts in international law and organisations working to protect human rights. As early as last September, sixteen UN Special Rapporteurs and the Council of Europe Commissioner for Human Rights had expressed alarm at the proposal’s restrictive approach, highlighting the risk of a gradual erosion of fundamental safeguards.

One of the most significant aspects concerns the broadening of the grounds for detention. The new wording extends the grounds for detention, linking these to a broad definition of ‘risk of absconding’ and stringent obligations to cooperate with the authorities.  Under these provisions, people subject to a return order could be detained for up to two years, or longer.  Unlike international standards – which recommend detention only as a last resort – there are no explicit exclusions for unaccompanied minors, families with children or vulnerable individuals.  On the contrary, the text expressly provides for the possibility of detaining minors and stipulates that migrants may also be held in ordinary prisons.

The UN Convention on the Rights of the Child, ratified by all Member States, establishes that detention is never in the best interests of the child.  Numerous international bodies have highlighted that the detention of children for reasons related to their migration status constitutes a violation of the fundamental principles of child protection.

A second critical issue concerns the balance between forced and voluntary returns. The available evidence indicates that voluntary returns represent the most sustainable, ‘cost-effective’ and least harmful solution for those involved. The new approach, however, clearly favours a coercive approach, reducing the time allowed for voluntary departure and limiting access to independent counselling and reintegration support services.

In terms of procedural safeguards, the European Parliament’s position introduces elements that raise questions regarding compliance with the principle of non-refoulement (non-return), a cornerstone of international refugee law. The absence of automatic suspensive effect for appeals, combined with the reduction in the time limits for challenging decisions, could lead to situations where deportations take place before the judicial authority has ruled.  Such a scenario exposes people to the real risk of being returned to countries where they could face treatment contrary to fundamental rights.

Particular attention should be paid to the provision concerning so-called ‘return hubs’, i.e. detention centres located in third countries. The approved wording leaves open the possibility of entering into agreements with non-EU states for the transfer of migrants, even in the absence of an actual link with the country of destination.  Previous experience with similar mechanisms has highlighted significant risks: arbitrary and prolonged detention, gaps in judicial protection and exposure to human rights violations in contexts lacking adequate safeguards.  The provisions themselves do not rule out the possibility that families with children may be sent to such facilities.

A further aspect highlighted by various parties concerns the so-called ‘investigative measures’ envisaged for the enforcement of returns.  The text authorises the authorities to carry out home searches, access electronic devices and inspect personal belongings.  Organisations working to protect civil rights have highlighted how such powers, given their broad scope, may lead to risks of racial profiling and may deter people in an irregular situation from accessing essential services such as healthcare and humanitarian support.

The process leading to the adoption of the parliamentary position has also raised procedural concerns. The alternative proposal tabled by MEP Bellamy (EPP), supported by the ECR, PfE and ESN groups, was adopted swiftly and without an impact assessment on fundamental rights being carried out. This was despite repeated calls for such an assessment from over 250 civil society organisations and numerous UN bodies. The original rapporteur for the dossier, MEP Malik Azmani (Renew), was sidelined in the final stages of the negotiations.

The reform of the Return Directive now enters the decisive phase of the trilogues, the negotiations between the Parliament, the Council and the Commission aimed at finalising the text. The positions on the table still show some differences, particularly regarding the scope of the investigative measures proposed by the Council and the safeguards to be attached to outsourcing mechanisms.

Experts in international law and European human rights institutions have repeatedly drawn attention to the need for any reform on return to be accompanied by adequate impact assessments, independent monitoring mechanisms and full compliance with obligations under international conventions. The challenge in the coming weeks will be to determine whether the new regulatory framework will be able to balance the need for administrative efficiency with the protection of fundamental rights, a founding principle of the European legal order.


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