«Io Giuda, noi Giuda»

Roma (NEV), 3 aprile 2026 – di Peter Ciaccio Presentato fuori concorso allo scorso Festival di Locarno, esce in questi giorni nei cinema Il vangelo di Giuda di Giulio Base. Base, attore e regista, oltre che direttore del Torino Film Festival, è uno dei pochi esponenti della cultura italiana ad avere una laurea in teologia […]

Roma (NEV), 3 aprile 2026 – di Peter Ciaccio

Presentato fuori concorso allo scorso Festival di Locarno, esce in questi giorni nei cinema Il vangelo di Giuda di Giulio Base.

Base, attore e regista, oltre che direttore del Torino Film Festival, è uno dei pochi esponenti della cultura italiana ad avere una laurea in teologia (in Patristica presso l’Augustinianum).

Il vangelo di Giuda è il film che scorre davanti agli occhi dell’Iscariota negli istanti prima di morire, una riflessione/confessione su una vita finita male. I dialoghi sono così echi della memoria, mentre preponderante è la voce della coscienza, voce di Giancarlo Giannini per un Giuda che non vediamo mai in volto. Nonostante questo sia un film affollato di volti e personaggi, che offre una violenta background story del protagonista originale e controversa.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistare il regista.

Il titolo del suo film richiama il genere letterario del vangelo, ovvero il resoconto della vita di Gesù, soprattutto della settimana che va dalle Palme alla Resurrezione. Dal momento in cui Giuda non è testimone della resurrezione, qual è l’euangélion, la buona notizia di questo film?

Sono stato molto combattuto sul titolo, perché qui sembra non esserci buona novella. Infatti il titolo di lavorazione era “La versione di Giuda”, poi per immediatezza e comprensione abbiamo scelto “Il vangelo di Giuda”: vi raccontiamo quelle cose che conoscete dal punto di vista di Giuda. Tutto sommato, però, credo che una buona notizia ci sia, pur nella sua tragedia, nella mancanza di speranza finale. Giuda racconta una meravigliosa storia di amore fraterno con Gesù e con gli altri apostoli. Questo è bello da vedersi e da raccontare. Certo, poi c’è quell’efferato finale in cui Giuda vende Gesù, ovviamente si pente, sennò non si sarebbe tolta la vita: questa non è una buona novella, ma ritengo comunque che passi un messaggio positivo nel suo infatuarsi e seguire Gesù in maniera così totale e fiduciosa. Non è per sempre, ma quando lo vivi è per sempre.

Dunque, l’eternità del kairós. Restando sul finale efferato, insomma la fine è nota, la musica metal dei titoli di testa mi ha ricordato Funny Games di Michael Haneke, dove funge da anticipazione della mancanza di un lieto fine…

Più che senza speranza volevo che lo spettatore compartecipasse della tragedia di Giuda, che non ha dato fiducia alla speranza. Togliersi la vita è il suo vero atto sbagliato, tanto è vero che compie l’errore più grave nel finale, quando dice «Nessuno si ricorderà mai più di te [cioè di Gesù]». In quell’errore clamoroso c’è l’unica mia vera presa di posizione. Cerco di non assolvere né condannare Giuda: non c’è una condanna, ma è manifesto che c’è un uomo che sbaglia. Uno che dice che nessuno si ricorderà più di Gesù, mentre siamo ancora qui a duemila anni a parlarne; è probabilmente il personaggio più alienante della storia dell’umanità. Non ha vissuto il lieto fine proprio perché ha sbagliato.

Il suo Giuda non ha un volto. Nel cinema c’è stato un pudore nel dare un volto a Gesù, come ad esempio in Ben Hur.

Ben Hur è un esempio stupendo di sottrazione di volti, ma in questo caso m’interessava far compenetrare lo spettatore davvero nell’anima di Giuda, mentre mettergli una faccia avrebbe portato alla distanza. Il mio tentativo è stato di pensare «Io Giuda, noi Giuda». Insomma, non dare un volto mi serviva come chiave linguistica e cinematografica per poter pensare che quella faccia potesse essere la nostra.

Al di là della background story del suo Giuda [nasce in un bordello di cui prende possesso uccidendone il padrone], l’immagine del protagonista è molto coerente con la tradizione gnostica del Vangelo di Giuda ritrovato e poi pubblicato una ventina di anni fa, ovvero il discepolo che capisce del maestro più degli altri, il prescelto che riceve una rivelazione particolare, come in effetti nel film si vede nella via del Golgota. Poi, però, la fine di Giuda appare quasi come un atto stoico, di coerenza, di voler morire insieme a Gesù, mentre gli altri lo hanno fatto morire solo…

Nel film c’è sicuramente un riferimento al Vangelo di Giuda, considerato giustamente gnostico, ma l’innalzamento di Giuda dal punto di vista intellettuale e “culturale” è funzionale a giustificare il suo racconto così analitico di Gesù e degli altri discepoli. Per quanto riguarda il suicidio ho cercato di non dire esplicitamente perché lo abbia fatto. Riguardando il film mi sembra essere più frutto di una delusione e di una vera depressione: Gesù mi ha fatto credere quel che non era, ne ho pure causato la morte, la vita mi è insopportabile.

Un momento molto toccante e inaspettato nel film è la visita al padre morente e la preghiera funebre che ricalca l’Ave Maria, “Giuseppe pieno di grazia”. Oggi si parla molto di padri e di maschi e nel suo film c’è la restituzione della paternità di Giuseppe, sia nell’invidia di Giuda che non ha avuto un padre, ma anche nel riconoscimento da parte di Gesù che Giuseppe è stato colui che lo ha cresciuto e ne ha fatto l’uomo che è diventato…

A Giuseppe già avevo dedicato un film in chiave moderna [Bar Giuseppe, su RaiPlay]. È un personaggio che mi ha sempre interessato tantissimo, questo essere nell’ombra di Maria e il fatto che nei vangeli non parla mai. Mi sembrava giusto ridare a un personaggio così importante un po’ di spazio. Mi è piaciuto inventare la sua vecchiaia, morte e funerale, per cercare di riequilibrare, visto che Giuseppe non aveva una preghiera così bella come quella di Maria, così ho tentato un Ave Giuseppe, che anche a me tocca molto.

Se sono rimasto stupito dalla lunga bibliografia con cui si aprono i titoli di coda, non mi ha stupito vedere in testa Anarchia e cristianesimo del protestante francese Jacques Ellul. Anzi se dovessi collegare Il vangelo di Giuda a un altro suo film, penserei a Il banchiere anarchico, che ha un’impostazione simile: un monologo totalizzante che analizza il mondo e sé stessi. Ecco, di solito i film sulla Bibbia sono influenzati dal tempo in cui sono prodotti: penso a I Dieci Comandamenti di DeMille, introdotto come una storia di libertà opposta al totalitarismo sovietico, o a Jesus Christ Superstar, che oscilla tra i figli dei fiori e l’antimilitarismo del Sessantotto. Il suo film esce in un tempo caratterizzato dal desiderio di autoritarismo e di stato forte…

Non ho messo per primo Anarchia e cristianesimo per questioni di ordine alfabetico, perché ci tengo molto, e tengo molto a quel senso di libertà che quei tredici uomini hanno vissuto in quei tre anni di predicazione e cammino insieme. È una libertà che non si esaurisce nell’esser stati liberi (sottolineo in grassetto!), senza orari, senza regole, che non significa che abbiano infranto le regole, però sentirsi veramente comunità, vivere insieme e non dover per forza rispondere all’anagrafe, all’erario di turno o alla chiamata militare. È una vera libertà in comunione. Non entro in questioni di politica internazionale più grandi di me e non mi sento in grado di dare messaggi. Sicuramente il mio film parla di pace, di comprensione, di dialogo, di ascolto, di uguaglianza: questi sono i valori nei quali mi ritrovo.

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