Come fiorisce la vita umana?

DIPENDERE DA DIO NEL NOSTRO LAVORO Un effetto deleterio della nostra visione egocentrica del lavoro è l’abitudine a dimenticare che il Signore provvede in nostro …

DIPENDERE DA DIO NEL NOSTRO LAVORO

Un effetto deleterio della nostra visione egocentrica del lavoro è l’abitudine a dimenticare che il Signore provvede in nostro favore. Crediamo che il nostro sostentamento quotidiano, derivato dallo stipendio, e la nostra sicurezza futura, garantita dai risparmi e dalla pianificazione finanziaria, siano esclusivamente frutto del nostro lavoro. Ignoriamo che ogni nostro respiro e ogni nostro boccone di cibo provengono dalla mano benevola di Dio (vd. Salmo 104:27; Matteo 6:25-33; Ebrei 1:3; Giacomo 1:17).

Pensare che procurarci il pane quotidiano sia esclusivamente una nostra responsabilità ci espone a stress e ansia.

Dobbiamo ricordare che l’uomo non è fatto per vivere indipendentemente dal suo Creatore. Fin dalle prime pagine delle Scritture, Dio ci insegna che desidera che noi, Sue creature, dipendiamo da Lui. Quando viviamo in una giusta relazione con il Signore, Egli promette con grazia di provvedere a tutte le nostre necessità. Egli ci ha creati per operare per la Sua gloria, affidandoci a Lui affinché renda possibile il nostro lavoro e provveda alle nostre esigenze quotidiane.

Il peccato si insinua nella vita dell’uomo, conducendolo lontano dal Signore.

Nella città di Babele (vd. Genesi 11), gli uomini fecero uso delle loro abilità per cercare l’indipendenza da Dio. Con le loro numerose abilità in architettura, ingegneria e urbanistica, gli abitanti di Babele si dedicarono alla costruzione di una società autonoma, cercando così di affermare la propria grandezza anziché onorare il Signore. E attraverso il loro lavoro, che avrebbe mantenuto uniti gli abitanti di Babele, disubbidirono espressamente al comando di Dio di popolare la terra. Erano così immersi nel loro progetto che dimenticarono quella verità, espressa anni dopo in un salmo di Salomone, che recita: “Se l’Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli edificatori…” (Salmo 127:1).

Anche la storia di come il Signore ha sostenuto la nazione nascente, Israele, durante la sua peregrinazione nel deserto, illustra la cura di Dio per il Suo popolo e il Suo desiderio che esso confidi in Lui.

Giorno dopo giorno, la manna scendeva dal cielo. Così, Dio dimostrò agli Israeliti che potevano fidarsi di Lui e del Suo sostegno per i loro bisogni. Poi, giunse il sesto giorno e il Signore chiese loro di raccogliere una doppia porzione di manna, in modo da poter osservare il sabato e riposare dal lavoro. Era come se Dio dicesse: “Confidate in me, vi sosterrò, oggi e sempre. Provvederò al vostro pane quotidiano e mi occuperò delle vostre ansie per il vostro futuro benessere” (Edward T. Welch, Running Scared: Fear, Worry, and the God of Rest, New Growth, 2007, p. 77) Ma quanto facilmente dimentichiamo questa lezione! Ecco perché, sul Sinai, ha ordinato di osservare il sabato, un giorno sacro all’Eterno.

Anche gli insegnamenti di Cristo (vd. Luca 12) ci invitano a dipendere da Lui. Attraverso la parabola del ricco stolto (vd. vv. 13-21), Gesù ci ricorda che nessuno conosce la durata della propria vita. Il protagonista della parabola, un uomo ricco, accumulava ricchezze smisurate, e abbatté perfino i granai esistenti per costruirne altri più capienti, sicuro di un futuro di agi e piaceri. Poi si sedette, pronto a godersi la vita e vivere serenamente. Gesù lo definì nient’altro che uno stolto, gli annunciò che sarebbe morto quella notte stessa e gli chiese con decisione: “… e quello che hai preparato di chi sarà?” (v. 20).

Il ricco stolto rappresenta tutti coloro che sprecano la loro vita accumulando beni effimeri per sé stessi, ignorando i tesori inestimabili del cielo. Questo errore è radicato nell’illusione dell’autosufficienza. Quell’uomo ricco non si era preoccupato degli altri, aveva considerato il proprio denaro come una proprietà personale, guadagnata da sé e per sé. Quando consideriamo che tutto ciò che possediamo è innanzitutto una grazia di Dio, diventa naturale condividere generosamente. Ma il ricco stolto aveva dimenticato che i suoi talenti erano un dono del Signore e che Dio aveva benedetto il suo duro lavoro con un’abbondanza traboccante. Confidava soltanto in sé stesso.

Gesù sa che donare piuttosto che accumulare e riporre la sicurezza in Dio anziché nelle proprie fatiche richiedono una grande fede. Nei versetti successivi, Gesù ordinò ai Suoi seguaci di liberarsi dal giogo della preoccupazione, un fardello inutile che non può aggiungere neppure un’ora alla vita.

Gesù insegna che non siamo soli. Il nostro Padre benevolo si prende cura di noi, ci ama e provvede a ogni nostro bisogno, conosce le nostre necessità. Il Suo regno è pronto ad accoglierci, un dono prezioso concesso a noi Suoi eredi.

Mi commuove sempre il modo in cui Gesù, il Grande Pastore, si rivolge ai Suoi seguaci chiamandoli “piccolo gregge” (vd. Luca 12:32). Le parole affettuose del Signore accrescono la nostra fiducia in Dio, perché è il nostro Re, il Signore dell’universo e ha il potere di sostenerci anche nelle circostanze più difficili; ci aiutano anche a riposare fiduciosi tra le braccia amorevoli del nostro Grande Pastore. Sperimentare la pace nel nostro lavoro è possibile quando ci affidiamo a Dio.

Danielle Sallade da Come fiorisce la vita umana? ADI-Media

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Cristiani Oggi – dicembre 2025

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