Crans-Montana: quei ragazzi ci appartengono. Tutti.

Roma (NEV), 7 gennaio 2026 – I fatti avvenuti la notte di Capodanno nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana, nel Vallese in Svizzera, hanno avuto una forte risonanza emotiva in molte persone. Il bilancio dell’incendio è di quaranta morti e centosedici feriti, in gran parte minorenni. Certo, sono tante le tragedie nel mondo e, quando […]

Roma (NEV), 7 gennaio 2026 – I fatti avvenuti la notte di Capodanno nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana, nel Vallese in Svizzera, hanno avuto una forte risonanza emotiva in molte persone. Il bilancio dell’incendio è di quaranta morti e centosedici feriti, in gran parte minorenni.

Certo, sono tante le tragedie nel mondo e, quando una ci scuote in particolare, c’è sempre qualcuno che ci fa notare che dovremmo provare lo stesso coinvolgimento per le altre.

È una polemica che ha avuto un suo picco quando, dopo gli attentati del 13 novembre 2015 allo Stade de France e al teatro Bataclan, in molti hanno postato sui social network il motto “Je suis Paris”. Eppure, è una polemica sterile, perché è ovvio che alcune vicende colpiscono più di altre e che non tutte colpiscono tutti allo stesso modo. Paradossalmente è proprio questo che ci rende umani, cioè provare empatia non per dovere o perché razionalmente tutti i morti sono uguali in fin dei conti, ma perché c’è qualcosa di particolarmente nostro tra quei morti e non in altri morti.

Per questo non mi sono stupito quando il 5 gennaio il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diramato una lettera circolare in cui invitava tutte le istituzioni scolastiche a osservare oggi, 7 gennaio, un minuto di silenzio per le vittime dell’incendio a Crans-Montana. Le sei vittime italiane non avevano ancora compiuto 16 anni e, a parte una residente all’estero, erano studenti della cui istruzione aveva responsabilità il Ministero.

Ecco quel “particolarmente nostro” che fa scattare l’empatia: erano studenti. E giustamente il ministro Giuseppe Valditara ha scritto che “il pensiero della comunità scolastica è rivolto ai giovani che hanno perso la vita in circostanze che avrebbero dovuto essere di spensieratezza e condivisione”.

Tuttavia, nell’oggetto della lettera circolare del Ministero inviata alle scuole c’è una parola di troppo:  “commemorazione degli studenti italiani vittime della tragedia di Crans-Montana”. Siamo sicuri che, in questo caso, il “particolarmente nostro” sia il fatto che sei vittime fossero italiane?  Certo, se non ci fossero state vittime italiane stampa e social ne avrebbero parlato di meno. Ma il fatto che quelle due ragazze e quei quattro ragazzi italiani siano morti insieme ad altri trentasei loro coetanei di diversa nazionalità non suggerisce qualcos’altro?

I quaranta morti e i centosedici feriti si appartengono a vicenda. Hanno vissuto i momenti precedenti alla tragedia insieme. E, posso immaginare che, per alcuni, la diversità culturale sia stata oggetto di conversazione, nella speranza romantica che da cosa nascesse cosa.

A questo si aggiunge la considerazione che i compagni e le compagne di scuola dei miei figli non sono tutti di cittadinanza italiana. La scuola italiana, spesso al centro di critiche e polemiche, è la principale agenzia d’integrazione del nostro paese, perché non ne parla ma la fa. Sono certo che, nel malaugurato caso di una tragedia in una scuola italiana, il Ministero non parlerebbe solo di vittime italiane, a meno di dire quello che la legge non prevede, ma che molti studenti sentono nel profondo: che chi frequenta la scuola italiana è italiano.

La tragedia di Crans-Montana ci ricorda che neanche la morte, quando colpisce in un luogo, fa distinzioni tra svizzeri, francesi o italiani e che non si è accorta che quattro vittime avevano addirittura più di una cittadinanza. Quel che conta è che quei ragazzi, tutti e tutte, ciascuna e ciascuno, avrebbero potuto essere i nostri figli, nipoti o compagni di scuola.

Pertanto, l’augurio è che le scuole che oggi osserveranno un minuto di silenzio tralasceranno quell’aggettivo di troppo, forse sfuggito, forse frutto di un lapsus freudiano da parte di chi crede che gli italiani meritino più raccoglimento e considerazione degli altri morti insieme a loro. A questa credenza la scuola deve sommessamente insegnare che non è così.

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