Il primato della percezione

Viviamo tempi fluidi, identità incerte, generi confusi. Da una società ingessata e…

Viviamo tempi fluidi, identità incerte, generi confusi. Da una società ingessata e sorda a ogni obiezione siamo passati a un contesto di opportunità sconfinate, dove nulla è scontato e la realtà deve lasciare il passo alla percezione di sé.

Ogni giorno il confine viene spostato un po’ più in là, sfidando il senso comune per acclimatarlo a nuovi limiti. Eppure a volte qualche vicenda riesce a far indignare, come la decisione di un tribunale di accettare il cambio di sesso anagrafico per una tredicenne. Tecnicamente si parla di “riattribuzione”, e comporta un cambio di nome sui documenti ufficiali; la pratica è ammessa dopo un percorso che incrocia passaggi medici, psicologici e, appunto, burocratici, ma mai fino a oggi era successo per una persona così giovane.

I fatti li riassume Avvenire: la ragazza nasce, femmina, «in una famiglia ligure assieme a una gemella. Fin da piccola la bambina manifesta disagio per una femminilità che non sente sua: sarebbe la sorella, per prima, a notarlo e a trattarla alla stregua di un fratello. I genitori prendono atto della situazione e avviano percorsi specialistici che fanno emergere “disturbi dell’identità di genere».

A nove anni la ragazza viene sottoposta a una terapia a base di triptorelina, il farmaco che blocca lo sviluppo ormonale; concluso il percorso, «il tribunale, chiamato a pronunciarsi su un ricorso che chiede di riconoscere giuridicamente ciò che di fatto è già accaduto, dà il via libera alla rettifica dell’atto di nascita». Per i giudici la ragazza dimostrerebbe «piena consapevolezza circa l’incongruenza tra il corpo e il vissuto d’identità».

Il motivo del contendere non è la pratica in sé, ma l’età: c’è chi rileva, non senza qualche ragione, che a tredici anni lo Stato non riconosce la responsabilità penale di un soggetto; «a 13 anni un minore non può decidere nemmeno per un tatuaggio – rileva l’associazione Pro Vita – ma può intraprendere una transizione con terapie ormonali: è una follia».

Sono situazioni delicate da trattare con prudenza, raccomanda il Comitato nazionale di bioetica: “la scarsità di dati di lungo periodo” non è in grado di illustrarci con ragionevole certezza i pro e i contro della pratica, e oltretutto “una quota significativa dei casi di incongruenza di genere in età adolescenziale tende a risolversi nel tempo”.

Sul modo di confrontarsi con la questione si potrebbero citare gli USA, ma di questi tempi forse è più efficace richiamare «le scelte più restrittive adottate negli ultimi anni da Paesi come Regno Unito, Svezia e Finlandia, dove si è tornati a privilegiare la psicoterapia come prima linea di intervento, proprio per l’incertezza sugli effetti a lungo termine delle terapie ormonali in età evolutiva».

Si tratta di una soluzione che forse non risolve, ma allevia: il male minore di fronte a incognite potenzialmente devastanti. Con tutto il rispetto per i drammi personali, i travagli interiori, l’urgenza di ritrovare se stessi.

foto: avvenire.it

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