Chiese alle prese con Stati totalitari

Il presidente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia (Opcemi), pastore Luca Anziani insieme al pastore valdese Michel Charbonnier hanno trascorso alcuni giorni la scorsa settimana in Nord Africa, un’occasione di dialogo e costruzione di relazioni nell’ambito del progetto “EuroMed Methodist Forum”.

Chiese alle prese con Stati totalitari

26 Gennaio 2026

by Redazione

Intervista al pastore Luca Anziani, presidente Opcemi, reduce da una vista alle chiese metodiste di Tunisia e Algeria

Il presidente dell’Opera per le chiese metodiste in Italia (Opcemi), pastore Luca Anziani insieme al pastore valdese Michel Charbonnier hanno trascorso alcuni giorni la scorsa settimana in Nord Africa, un’occasione di dialogo e costruzione di relazioni nell’ambito del progetto “EuroMed Methodist Forum”.

«L’Opcemi ha deciso di sviluppare fortemente le relazioni internazionali perché riteniamo che nel quadro del patto di integrazione fra la Chiesa valdese e quella metodista in Italia è questo uno dei contributi più significativi che noi possiamo portare alla causa. Con questa premessa abbiamo deciso di incontrare le chiese metodiste che come la nostra operano in contesti di estrema minoranza all’interno delle loro società» ci ha raccontato il pastore Anziani al termine del viaggio.

Chiese di minoranza ma in un contesto socio-politico molto differente da quello italiano: «Si tratta di comunità costrette a relazionarsi con Stati totalitari, pressoché assolutistici, che reprimono le minoranze. Ciò è vero soprattutto per l’Algeria dove le chiese vengono sistematicamente chiuse e donne e uomini si incontrano in maniera clandestina nelle abitazioni private. La chiesa metodista “Constantine” è una delle poche ancora aperte» prosegue Anziani. «Una situazione che ci dice dunque di tutte le difficoltà di essere chiesa di minoranza, una comunità, di fronte a uno Stato che non cura la libertà religiosa. Il problema per quelle chiese non è avere l’Islam come religione  di maggioranza cui relazionarsi, ma avere uno Stato che chiude la possibilità di libertà religiosa e di relazione con l’estero. In Tunisia le conversioni non sono vietate per legge ma fortemente osteggiate. La chiesa di Tunisia è riformata con un pastore metodista, composta sia da migranti sub sahariani molto giovani, sia da una componente di alcune decine di tunisini diventati cristiani. È una chiesa anch’essa osteggiata perché composta in larga parte da migranti, mentre la parte autoctona vive una situazione delicata. Siamo stati al culto e fuori dal tempio c’era la polizia, la chiesa è sotto controllo».

Coltivare relazioni con queste chiese significa per Anziani «poter ragionare insieme su in che modo la testimonianza cristiana (compresa quella cattolica), permette anche a noi di ragionare su come esserci come chiesa nel cosiddetto spazio pubblico: da noi è molto più facile, mentre in quelle terre si tratta di un discorso di sopravvivenza. Ci restituisce l’immagine di una chiesa fortemente confessante e profetica. L’ideale è consolidare queste relazioni anche con le chiese balcaniche per riflettere anche con loro su minoranze, migrazioni. Anche in India dove siamo stati a ottobre i cristiani vivono una situazione difficile. Crediamo ci sia un filo rosso che caratterizza questi Paesi e che porta a politiche di restrizioni, nazionalismi, chiusure che attraversano le nostre società».

Infine alcune riflessioni: «Abbiamo avuto un confronto con una chiesa che vive il paradosso della benedizione, una chiesa che cresce senza nessuna possibilità di fare evangelizzazione, senza poter attuare reali interventi pubblici: eppure anno dopo anno queste chiese crescono. Abbiamo incontrato pastori algerini più volte denunciati, che non possono espatriare, e che vivono in maniera confessante, profonda, la propria appartenenza cristiana. Due spiegazioni ci siamo dati:  La benedizione di Dio consente alla chiesa di crescere a prescindere dalle attività della chiesa stessa, ed è la risposta più importante; l’altra è che eravamo di fronte a una realtà di fede che sa dare risposte, spesso alle classi sociali più basse, venendo incontro a un bisogno primario che non è solo quello di essere accolti, ma di essere un luogo di libertà dove è possibile essere ascoltati, ricevere conforto e trovare speranza in un contesto in cui la speranza non è concetto così comune a tutte e tutti».

L’idea è di approfondire le relazioni con le realtà metodiste dell’area mediterranea: «Poter aver luoghi e tempi dove incontrarsi annualmente credo possa permettere alle nostre chiese di recuperare un senso vocazionale che forse abbiamo perso, e forse potrà servire a quelle chiese di sapere che c’è un’altra chiesa nel Mediterraneo pronta ad ascoltarle.

Non sapevano neanche della presenza della chiesa protestante in Italia e quindi sono rimasti contenti che qualcuno in qualche modo li ha presi in considerazione, che sono stati ascoltati e hanno condiviso la propria realtà. Non sappiamo se e come questo progetto potrà crescere. Stiamo cercando di portarlo avanti anche in comune accordo con la Tavola valdese. Ma quando ci hanno chiesto perché li abbiamo contattati noi abbiamo risposto che viviamo un tempo in cui fatta la tara di tutte le differenze possibili e immaginabili nessuno si salva da solo. È possibile ritrovare speranza personale attraverso la forza collettiva quando si capisce che non si è soli e isolati».

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