Bari, innanzitutto un atto di fede

Nella Cattedrale di Bari, città che si propone quale ponte naturale tra Oriente e Occidente, venerdì 23 gennaio è stato firmato un patto che segna un passaggio storico: i rappresentanti della Chiesa cattolica romana, della Chiesa ortodossa in Italia, di undici Chiese evangeliche, della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e della Chiesa anglicana hanno…

Bari, innanzitutto un atto di fede

26 Gennaio 2026

by Giovanni Arcidiacono

Un patto di comunione nella Cattedrale di Bari: le Chiese cristiane in Italia davanti alle sfide del nostro tempo

Nella Cattedrale di Bari, città che si propone quale ponte naturale tra Oriente e Occidente, venerdì 23 gennaio è stato firmato un patto che segna un passaggio storico: i rappresentanti della Chiesa cattolica romana, della Chiesa ortodossa in Italia, di undici Chiese evangeliche, della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e della Chiesa anglicana hanno scelto di legare le loro mani e le loro voci in un impegno comune. Non un gesto simbolico, ma un atto di responsabilità spirituale e civile. Un segno che parla al Paese e, più in profondità, alla coscienza di ogni credente. La radice di questo accordo non è politica, né diplomatica. È teologica. Le Chiese hanno riconosciuto che la comunione con il Signore non può essere vissuta come un’esperienza privata, isolata, confinata nei recinti confessionali. La comunione con Cristo è sempre comunione tra coloro che a Lui si affidano. E questa comunione, quando è autentica, genera un modo diverso di stare nel mondo: più attento alla dignità del corpo; più sensibile alla fragilità; più libero dal dominio del denaro e della tecnica; più capace di pace.

Il patto firmato a Bari è dunque un atto di fede prima ancora che un accordo tra istituzioni religiose. È la dichiarazione che l’unità non è un lusso spirituale, ma una necessità evangelica. Il contesto in cui questo patto nasce è tutt’altro che neutro. Viviamo in un’epoca in cui l’economia di mercato ha compiuto una separazione radicale: il corpo, ritenuto irrazionale, imprevedibile, vulnerabile, viene espulso dall’orizzonte del valore; l’anima, intesa come capacità di calcolo, previsione, produttività, viene invece esaltata come misura dell’efficienza. È una visione che riduce la persona a una funzione, a un algoritmo, a un ingranaggio. E quando il corpo non conta più, non conta più neppure la sofferenza, la povertà, la guerra. Non stupisce allora che il mondo appaia orientato verso la logica del conflitto, la signoria del denaro, il potere dei più ricchi, la supremazia della tecnica come criterio ultimo di decisione. La persona viene così ridotta alla sola dimensione calcolabile, mentre la vulnerabilità, la sofferenza e la cura vengono marginalizzate.

In questo scenario, le Chiese hanno scelto di parlare con una sola voce e il patto delle non è un gesto marginale: è una contro-narrazione. Firmando insieme, le Chiese cristiane in Italia affermano che il corpo è luogo teologico, non scarto economico; la persona non è riducibile a ciò che produce; la pace non è un’utopia, ma una responsabilità; la tecnica è un mezzo, non un idolo; la ricchezza non può diventare potere che schiaccia. La comunione con il Signore diventa così un criterio di discernimento sociale. Non un rifugio spirituale, ma una forza che spinge a guardare il mondo con occhi diversi.

In un Paese spesso attraversato da divisioni, il patto di Bari è un invito a riscoprire la possibilità di camminare insieme. Non cancella le differenze dottrinali, non appiattisce le identità, non pretende uniformità. Propone invece un’unità che nasce dal Vangelo: un’unità che ascolta, che accoglie, che costruisce ponti, che difende i più deboli, che restituisce dignità al corpo e all’anima insieme. È un segno che parla ai credenti, ma anche a chi credente non è: un segno che ricorda che la fraternità non è un’illusione, ma una scelta possibile.

Il patto firmato nella Cattedrale di Bari non chiude nulla. Apre. Apre un cammino di testimonianza comune, di preghiera condivisa, di impegno sociale. In un mondo che separa, le Chiese scelgono di unire. In un mondo che calcola, scelgono di accogliere. In un mondo che corre verso la guerra, scelgono la pace. E ricordano a tutti noi che la comunione con il Signore non è un’esperienza astratta: è un modo concreto di abitare la storia, di custodire l’umano, di resistere alla logica del più forte. Un patto, dunque, che non riguarda solo le Chiese. Riguarda il mondo e ciascuno di noi.

La comunione come risposta. I rappresentanti delle diverse confessioni hanno sottolineato come la comunione con il Signore non possa essere vissuta in modo individualistico o settoriale. La fede cristiana, hanno ricordato, è per sua natura relazione, condivisione, fraternità.

Da qui l’impegno a collaborare su temi sociali, culturali e spirituali, a sostenere iniziative comuni per la pace, a difendere chi è più esposto alle logiche escludenti del mercato globale.

La firma del patto è stata letta da molti come un passo concreto verso una testimonianza più unitaria del Vangelo nella società italiana.

Un interrogativo che resta aperto. E tuttavia, proprio nel giorno in cui le Chiese scelgono di unirsi per affrontare le ferite del presente, emerge una domanda che non può essere elusa. Se il mondo contemporaneo – dominato da un’economia che espelle il corpo e ne svaluta la fragilità – rappresenta una sfida radicale per la fede cristiana, perché le Chiese continuano a escludersi reciprocamente dalla piena comunione con il corpo di Cristo? Perché, nonostante gesti come quello di Bari, è ancora così difficile prendere sul serio l’invito di Filippesi 2, 1-11, che chiede ai credenti di avere «gli stessi sentimenti di Cristo», di rinunciare alla competizione, di non considerare un privilegio ciò che divide, ma di farsi servi gli uni degli altri?

Il patto di oggi è un passo importante. La domanda che lo accompagna potrebbe essere il passo decisivo.

Foto: Francesco Fascella
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