Patto di Bari, un passo avanti nel cammino ecumenico. Intervista a Peter Ciaccio (FCEI)

Roma (NEV), 30 gennaio 2026 – All’indomani della firma del Patto di Bari, che ha riunito diverse Chiese cristiane nel 1° Simposio in un impegno comune sul terreno del dialogo e della testimonianza, abbiamo raccolto una riflessione del consigliere della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Peter Ciaccio. La riflessione intreccia il piano […]

Roma (NEV), 30 gennaio 2026 – All’indomani della firma del Patto di Bari, che ha riunito diverse Chiese cristiane nel 1° Simposio in un impegno comune sul terreno del dialogo e della testimonianza, abbiamo raccolto una riflessione del consigliere della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Peter Ciaccio. La riflessione intreccia il piano istituzionale, quello personale e una valutazione più ampia del senso di questo cammino, nel contesto italiano e nello scenario globale attraversato da profonde trasformazioni.

Partiamo da un commento istituzionale: che giudizio dà del Patto di Bari?

«Il documento è molto bello, sia dal punto di vista formale sia da quello sostanziale. È snello, leggibile, breve, e allo stesso tempo denso. I punti che vengono espressi sono importanti, condivisibili e, per certi versi, erano attesi da tempo. Se dovessi riassumere con una battuta, direi: era ora. Siamo in ritardo di almeno vent’anni. Basta pensare alla Carta ecumenica del 2001: alcune intuizioni erano già lì. Ma, come si dice, meglio tardi che mai.

Il senso del Patto sta proprio nelle prese di posizione comuni su alcuni temi cruciali e nella conseguente dichiarazione di impegno condiviso. È una formula che riprende quella della Carta ecumenica, ma che oggi assume un peso nuovo. Non si tratta solo di affermazioni di principio: c’è la volontà esplicita di tradurle in percorsi concreti».

C’è anche una dimensione più personale. Cosa racconterebbe ai suoi cari di questo momento ecumenico vissuto a Bari?

«Racconterei una sensazione che per me è stata nuova e incoraggiante. Spesso, partecipando a incontri ecumenici, ho avuto l’impressione di ricominciare ogni volta da capo, come in una sorta di “Groundhog Day” ecclesiale in cui si ripete sempre lo stesso giorno, una clessidra di pietra: si arriva alla fine di un incontro con la percezione di aver raggiunto grandi traguardi di fraternità e riconoscimento reciproco, e poi, al successivo appuntamento, tutto sembra azzerarsi.

A Bari, invece, non ho avvertito questa sensazione. Al contrario, mi è sembrato che ci fosse la consapevolezza di essere arrivati a un certo punto del cammino e la volontà di segnarlo chiaramente: dire dove siamo e indicare dove vogliamo andare. Non più incontri occasionali, ma percorsi regolari di relazione tra le Chiese. Questo, dal mio punto di vista, è uno degli aspetti più belli e più importanti del Patto.

C’è l’idea che non si torni indietro, che non si debba ogni volta ripartire dal via. Piuttosto, si riconosce un processo in atto: un progredire, un pellegrinaggio comune – per usare un linguaggio cristiano – verso il Signore, nella consapevolezza che ciò che è stato acquisito non va perso».

Venendo a una valutazione più sistemica: come si colloca questo Patto nel contesto italiano, anche alla luce delle riflessioni di Fulvio Ferrario – che in un suo recente scritto ravvisava il rischio di un “equivoco ecumenico”, che per alcuni vede la chiesa cattolica come vero approdo  di unità – e degli sconvolgimenti globali in atto?

«In Italia c’è una difficoltà strutturale a far passare l’idea che ciò che è “religioso” non coincida automaticamente con la Chiesa cattolica, o con una sorta di “cattolicesimo… più qualcos’altro”. È un dato culturale profondo, legato alla storia del Paese e anche al modo in cui alcune confessioni, comprese quelle portate dalle migrazioni, percepiscono il rapporto con la Chiesa cattolica come una forma di riconoscimento e di maggiore accoglienza.

Per noi protestanti la questione è diversa. Il dialogo e il lavoro comune con la Chiesa cattolica non nascono dal bisogno di essere riconosciuti, ma dalla convinzione che ci sia un mandato evangelico e che ci siano obiettivi importanti che da soli non possiamo – e non dobbiamo – perseguire. Farlo insieme non è solo più efficace: è teologicamente più corretto.

Questo non significa, e va detto con chiarezza, che ci sia l’idea di “tornare” alla Chiesa cattolica o a quella ortodossa, né di costruire un cristianesimo annacquato che cancelli le differenze. Le diversità, le sfumature e persino alcune tensioni fanno parte di una dialettica interna al cristianesimo, penso ad esempio al marianesimo o al culto dei santi. La sfida è un’altra: mostrare che è possibile una testimonianza comune proprio nella diversità.

Il problema, semmai, è duplice. Da un lato, la secolarizzazione e una diffusa ignoranza religiosa fanno sì che queste distinzioni non siano comprese nello spazio pubblico. Dall’altro, in un tempo segnato da radicalizzazioni, identità arroccate e conflitti globali, c’è il rischio che lo sforzo ecumenico venga percepito come irrilevante o fuori dal tempo. Questo, a mio avviso, è il nodo più critico.

Eppure, proprio in un mondo attraversato da sconvolgimenti profondi, il cammino ecumenico può avere senso come segno controcorrente: non perché risolva tutto, ma perché indica che la collaborazione, la pazienza del dialogo e la fedeltà alle differenze possono essere una risposta credibile alla frammentazione del presente».


Per approfondire: 1° Simposio delle chiese cristiane in Italia Archivi – Nev

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