Paolo Ricca, teologo protestante tra il XX e il XXI secolo

Almeno due erano state le occasioni pubbliche in cui erano stati ricordati la figura e il ministero di Paolo Ricca (1936-2024): il commiato da lui, nel tempio di Torre Pellice (agosto 2024) e, un anno dopo, l’incontro in Aula sinodale, con testimonianze di alcuni suoi allievi e allieve. In entrambe le occasioni erano risuonati…

Paolo Ricca, teologo protestante tra il XX e il XXI secolo

2 Febbraio 2026

by Alberto Corsani

Incontro in presenza e online alla Facoltà valdese di Teologia

Almeno due erano state le occasioni pubbliche in cui erano stati ricordati la figura e il ministero di Paolo Ricca (1936-2024): il commiato da lui, nel tempio di Torre Pellice (agosto 2024) e, un anno dopo, l’incontro in Aula sinodale, con testimonianze di alcuni suoi allievi e allieve. In entrambe le occasioni erano risuonati i riferimenti a una personalità colma di talenti: la vocazione, prima e determinante, era quella pastorale, e Paolo Ricca è stato pastore dal pulpito, nella cura delle persone, nelle aule universitarie, negli incontri ecumenici, nella tessitura dei rapporti con Chiese sorelle, ma anche, a tarda ora, alla propria scrivania a scrivere libri e articoli.

Trovare la sintesi di un incontro durato due mattine e un pomeriggio, tra venerdì 30 e sabato 31 gennaio, sarebbe uno sfregio alla profondità delle relazioni di colleghi e di ospiti esterni. Evochiamo qui alcune suggestioni che hanno indicato, una volta di più, la ricchezza di ciò che Paolo Ricca ha fatto per l’opera del Signore. Una ricchezza annunciata da alcune parole sul programma: Bibbia, dialogo, amicizia, parole oggi spesso bistrattate, come ha ricordato in apertura la moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta.

Un messaggio del card. Matteo Zuppi ha fatto riferimento alla continua ricerca, da parte di Ricca, di una “casa di comunione” dove incontrarsi nella ricerca ecumenica, che si è tradotta – ha ricordato Simone Morandini, presidente del Segretariato attività ecumeniche, in anni di militanza nel Gruppo teologico del Sae stesso. Enzo Bianchi, in una lettera, ha ricordato invece gli anni in cui il giovane pastore a Torino incontrava gli interlocutori cattolici dopo aver seguito i lavori del Concilio Vaticano II (1962-65) come osservatore per l’allora Alleanza riformata mondiale.

Due professori di Ricca avevano interpretato in maniera diversa proprio il Concilio, ha detto Fulvio Ferrario. Da Valdo Vinay e da Vittorio Subilia aveva infatti ereditato uno sguardo rigoroso, attento all’alternativa rappresentata dalle chiese della Riforma, ma anche l’apertura al dialogo, senza schemi prefissati e libero da pregiudizi. Nello sguardo posto al dialogo con Roma, sapeva criticare l’enciclica Ut unum sint (1995) ma ha saputo anche “traghettare” il protestantesimo italiano dalla diffidenza a una fase di apertura e di confronto da cui non si torna indietro, chiarendo che possono coesistere positivamente diversi livelli di dialogo.

Il decano della Facoltà valdese Lothar Vogel si è soffermato invece sul Ricca “storico della Riforma”: da riformato convinto, ha fatto evolvere in Italia la conoscenza di Lutero, in particolare con l’ideazione e direzione della collana di Opere scelte per i tipi della Claudiana, a partire dalle molte rigorosissime traduzioni. Ma tutto il suo ministero ha sempre cercato di rispondere alla domanda su che cosa fosse stata la Riforma stessa, a partire da una serie di articoli redatti fin dal 1962 per il settimanale La Luce. Sintomatico che segnalasse, nel cinquecentenario della Riforma (2017), la distinzione tra commemorare e celebrare – un’attitudine che, nella Bibbia, è rivolta solo a Dio.

L’attività interna alla Facoltà, come professore e decano, è stata rievocata dal prof. emerito Daniele Garrone, che ha sottolineato alcuni momenti di svolta che la Facoltà stessa ha affrontato parallelamente alla sua militanza: dall’istituzione della quinta cattedra (Teologia pratica) alle risposte da dare alle richieste di studio da parte di cattolici sempre più numerosi, alla propulsione data alla Biblioteca e ai corsi a distanza.

Gianni Genre ha rievocato il fatto, non aneddotico, che nei primi mesi di servizio come docente, nell’attesa del proprio appartamento, Paolo Ricca avesse al Convitto un dialogo quotidiano con gli studenti: spiccava nel suo ministero la convinzione che non basti amare Gesù Cristo, se non se ne ama la chiesa, ed essa è fatta di tante cose, di vicinanza, di capacità di ascolto, nella certezza che si debba sempre seminare, senza preoccuparsi necessariamente della crescita di tutte le piante. Era un maestro che prima di tutto sentiva l’urgenza di condividere la propria fede.

In chiusura del venerdì, Andrea Riccardi, storico, fra i fondatori della Comunità di S. Egidio, ha ricordato il Ricca che predicava, agli incontri della Comunità e poi nella chiesa di S.ta Maria in Trastevere (molti i testi riuniti in libro per la cura di Paolo Sassi, ed. Magister): predicazioni che rimanevano in testa per tutta la settimana successiva, e ricordare è il primo passo indispensabile per poter assimilare.

Susanne Labsch, pastora che alla Facoltà valdese ha studiato ed è stata consacrata durante il Sinodo a Torre Pellice (1986), ha delineato il grande lavoro di promozione della collaborazione tra la Chiesa valdese e la Germania, un’opera articolata nei quattro poli dei rapporti con le Chiese protestanti regionali e le relative comunità e Sinodi; con organismi ecumenici tedeschi; con le Facoltà teologiche protestanti e le associazioni e istituzioni legate in vario modo alle Chiese. Anche in questo caso Ricca fu sempre pastore, ecumenista, professore, amico. Gabriella Caramore, per anni conduttrice di Uomini e profeti (Radio3), ha rievocato i molti dialoghi (sfociati anche in diversi libri) con un interlocutore sempre solidamente fedele alla propria identità, ma disponibile all’apertura al nuovo, all’incontro anche con altre fedi, alle nuove interpretazioni da dare a un insieme concettuale consolidato e mai rinnegato.

La sollecitazione più inattesa è giunta da Massimo Cacciari, filosofo che per alcuni anni ha mantenuto una viva corrispondenza epistolare con Ricca: un dialogo fra rappresentanti di due discipline da sempre intrecciate, e da sempre destinate a distanziarsi. La fede («certezza di cose che si sperano») è fede nell’impossibile, nella vittoria sulla morte, ultimo nemico, e a partire dall’epoca dei Lumi il filosofo non lo può accettare, come non accetta l’idea di un Dio non contraddittorio, che finisce in croce. Il discorso sulla fede è poi un discorso sulla libertà, e ciò avviene perché è la Parola a liberarci, e a spingerci all’incontro con il prossimo: tuttavia le chiese, oggi, sembrano aver perso la tensione a guardare alle cose ultime. Il Cristo in croce chiama a guardare anche al di là della cultura dominante, chiama le chiese a non essere solo cultura (rischio che già segnalava Kierkegaard, non a caso tanto importante riferimento per Ricca e molti altri teologi della sua e della precedente generazione): questo è un problema per noi, è notevole che sia stato il filosofo Cacciari a ricordarcelo.

Molto private, eppure integrate e coerenti con gli interventi dei relatori, le testimonianze della figlia, della moglie, della sorella di Paolo Ricca: ne è uscito il ritratto di un uomo sempre pervaso dalla gratitudine verso Dio e, di conseguenza, dall’apertura verso il prossimo. L’annuncio dell’istituzione di un premio alla sua memoria, di concerto con la Facoltà e rivolto a giovani autori e autrici di studi a carattere teologico/ecumenico (a breve il bando) ha chiuso l’incontro con una nuova apertura verso il futuro.

Foto di Pietro Romeo
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