“Questa feroce bellezza”, di Giuseppe Galliani, Einaudi (Torino, 2026), pag. 323, euro 19.00.
Uno scenario inverosimile. Anzi, realistico; basti pensare soprattutto alle lande foggiane di quella che cronaca e inchieste e umanità flagellata disegnano come la mafia più brutale almeno dell’ex Belpaese. Siamo dentro al “romanzo d’esordio”, come per noi che li amiamo ma pericolosamente per la promoziona da mercato dei tentativi del prodotto standardizzato, è definita quest’opera del pugliese, appunto, Giuseppe Galliani. Che, appunto, per la verità aveva già esordito ai tempi con la salentina realtà editoriale – quella grandemente legata ad Albania e Balcani in genere, Besa, di Livio Muci, “Questa feroce bellezza”.
E proprio in queste pagine, si potrò vedere, genti albanesi sono uno dei temi protagonisti. Insomma la prima azione criminale è ambientata nella Cava dei Dinosauri, che bellamente fa pensare allo spaccato reale, appunto, della Murgia Altamurana (dove davvero si possono visitare i resti del passaggio dei dinosauri e allo stesso tempo trovare le tracce dell’indigeno “uomo di Altamura”: a giustificare il rapporto presentato, e legamente intenso, proprio fra Altopiano Murgiano e Fossa Bradanica. Che è il luogo di lavoro del tenente della Guardia Forestale Ian Dabrowski. A cominciare dal dover affrontare il caso della morte del dodicenne Gheorghe Bunget, già archiviato in veste ufficiale di omicidio, ma che né lui né il fratello del giovane accettano tale. Mentre il paesaggio è tutto colorato da parole di frontiera: vento, sole, flora in genere, appennini e via dicendo. Mentre la parola ‘vendetta’ è più volte agitata. Persino quando non è scritta. Mentre ammazzamenti e lotta per il controllo di traffici e territorio, imperversano.
Nunzio Festa