La fine del multilateralismo

Roma (NEV), 31 marzo 2026 – Un nuovo editoriale per lo speciale Agenzia stampa NEV con riflessioni sulla situazione internazionale. Il contributo di oggi arriva dal pastore Peter Ciaccio, consigliere della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Qui tutti gli articoli della nuova sezione dedicata al “nuovo disordine mondiale“. La fine del multilateralismo In […]

Roma (NEV), 31 marzo 2026 – Un nuovo editoriale per lo speciale Agenzia stampa NEV con riflessioni sulla situazione internazionale. Il contributo di oggi arriva dal pastore Peter Ciaccio, consigliere della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).

Qui tutti gli articoli della nuova sezione dedicata al “nuovo disordine mondiale“.


La fine del multilateralismo

In questi ultimi anni siamo stati testimoni della più grande crisi del multilateralismo dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. È una svolta drammatica, che non fa presagire niente di buono nel prossimo futuro. Va detto che il multilateralismo non è mai stato “buono”, perché è fondato sull’alleanza tra i paesi più potenti, con buona pace dei paesi più deboli. Allo stesso tempo, le alternative difficilmente sono sembrate migliori.

Pertanto, quella che è sempre sembrata un po’ un’anomalia, sicuramente un freno alle grandi potenzialità dell’Organizzazione della Nazioni Unite, ovvero il diritto di veto di Stati Uniti, Russia (prima URSS), Francia, Regno Unito e Cina, in realtà è ciò che ha reso il multilateralismo efficace. La maggior democraticità della precedente Società delle Nazioni, dove non c’erano “membri di serie A”, è stato uno degli elementi di fragilità che ha portato al fallimento.

Qual è la differenza tra il controverso multilateralismo dell’ONU e quello che accade oggi? Pensiamo alla Seconda guerra del Golfo, quella finalizzata a rovesciare il regime di Saddam Hussein in Iraq: tutti ricordiamo l’immagine della fiala che l’allora Segretario di Stato USA Colin Powell portò in Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Era una ridicola messinscena con un attore di terz’ordine dal titolo: “Ecco le prove che Saddam ha armi di distruzione di massa”. Sappiamo com’è andata: l’ONU diede il via libera per la guerra, nonostante non ci fosse traccia di queste armi.

Per quanto sia stato un momento basso della storia della diplomazia mondiale, gli Stati Uniti sapevano che quel passaggio era fondamentale. Il punto non è imbrogliare e mentire, ma passare l’esame (proprio come molti di noi a scuola o all’università), ovvero riconoscere che c’è un’autorità superiore in grado di dirti sì o no. Pertanto, con tutti i distinguo possibili, non è difficile riconoscere che quell’assetto era migliore di quello di oggi.

Tra l’altro il multilateralismo internazionale ha un corrispettivo nei paesi democratici, dove ci sono delle procedure da rispettare, dove il governo non può fare quel che vuole, ma deve confrontarsi attraverso altre istanze. Parallelamente, anche questo è andato in crisi. La tentazione mendace e distruttiva del sovranismo (cosa c’è di meglio di essere padroni a casa propria? Forse la pace e la giustizia, no?) ha messo in crisi la relazione tra Europa e Regno Unito, messo in forse la pace in Irlanda del Nord, reso l’Unione Europea più debole nella relazione con gli altri paesi e, soprattutto, ha reso la cattiveria e la crudeltà accettabile e auspicabile nei confronti delle donne e degli uomini provenienti da contesti di maggiore povertà e ingiustizia.

Cosa ha sostituito il multilateralismo? Non l’azione unilaterale, perché sono ancora diversi gli attori potenti a livello internazionale. Così il multilateralismo è stato sostituito dal «Ci parlo io», ovvero dal bilateralismo estemporaneo. Così Trump ha venduto la pace in Ucraina ai propri elettori: «Chiamo io Putin e risolvo»; sappiamo come sta andando, quante volte l’ha chiamato e tutte le volte che Trump si sia fatto umiliare da Putin, facendo così umiliare gli Stati Uniti dalla Russia. Certo, Colin Powell si umiliò davanti all’ONU con la messinscena della fiala, ma vuoi mettere?

Tutto questo non è nuovo a chi legge. Quello cui, però, potrebbe non aver pensato è che le chiese non siano così lontane da questa tendenza. Anzi, da anni il bilateralismo estemporaneo è per molte chiese protestanti, soprattutto le più potenti, preferibile a esperienze più collegiali o, se vogliamo, “sinodali”. Anzi, viviamo nel paradosso che la Chiesa Cattolica sta riscoprendo la bellezza del multilateralismo al proprio interno, certo sempre all’interno di una rigida gerarchia, ma sta investendo persone, tempo e risorse a “parlarsi”.

Proprio questo è l’investimento che le chiese protestanti hanno cominciato a tagliare da diversi anni, in nome della sostenibilità economica. Questo è avvenuto in particolare all’interno della Conferenza delle chiese europee (KEK), il luogo dove storicamente si sono incontrati cristiani da una parte e dall’altra della Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda, dove si è più riflettuto sul tema della riconciliazione, su come chiese di maggioranza e di minoranza possono convivere in uno stesso paese, dove si è fatta advocacy per i diritti umani e la libertà religiosa in tutto il continente.

Ci vorrebbe un libro per raccontare tutti i passaggi con cui si è arrivati in circa 15 anni a una KEK light, che ha chiuso la commissione per il dialogo, la (fondamentale) commissione Chiese e Società, l’ufficio di Ginevra sito al Centro Ecumenico (praticamente il Palazzo di Vetro delle chiese), l’ufficio di Strasburgo presso il Parlamento europeo e la Corte Europea per i Diritti Umani, che ha smesso di finanziare la Commissione delle chiese europee per i migranti (CCME) e la Rete europea delle chiese per l’ambiente (ECEN), che ha reso sempre più onerosa e meno incisiva la partecipazione delle chiese più povere, delle organizzazioni giovanili e dei Consigli nazionali di chiese (tra cui la FCEI stessa). Le chiese più ricche hanno trainato questi tagli, in nome della responsabilità condivisa (traduzione, le chiese più povere contribuiscano di più) e delle proprie difficoltà interne (calo di membri, diminuzione delle entrate e del patrimonio).

Tuttavia, le oggettività non ci determinano, ovvero non sono la giustificazione per le scelte che facciamo. Semplicemente, di fronte a un calo delle risorse a disposizione si è affermata la ragionevolezza del tagliare il lavoro di dialogo, apparentemente inutile e che puzza di “carrozzone”. Per fare questo, però, sono state rinforzate le relazioni bilaterali, i progetti mirati, insomma l’efficienza e il risultato più veloce e visibile.

Sono certo che chi ha operato queste scelte le difenderebbe ancora, ed è legittimo. Tuttavia, avrebbe difficoltà a sostenere che non va bene quello che sta avvenendo ora nella politica internazionale, con la prospettiva della fine delle Nazioni Unite e di tutto ciò che a esse era collegato. Oppure no, perché la tendenza di oggi sembra consentire l’incoerenza delle proprie azioni.

di Peter Ciaccio

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