La Giustizia riparativa da mettere al riparo

Il 22 gennaio scorso nell’Aula Magna della Facoltà valdese di Teologia a Roma si è tenuto il convegno nazionale organizzato dalla Diaconia valdese «Ero in carcere… e siete venuti – Oltre le mura: dignità nel contesto carcerario», una giornata intensa, partecipata, che ha preso le mosse dal versetto tratto dal Vangelo di Matteo (25,…

La Giustizia riparativa da mettere al riparo

26 Gennaio 2026

by Gian Mario Gillio

Il 22 gennaio scorso presso la Facoltà valdese di Teologia a Roma si è tenuto il convegno nazionale organizzato dalla Diaconia Valdese sulle carceri

Il 22 gennaio scorso nell’Aula Magna della Facoltà valdese di Teologia a Roma si è tenuto il convegno nazionale organizzato dalla Diaconia valdese «Ero in carcere… e siete venuti – Oltre le mura: dignità nel contesto carcerario», una giornata intensa, partecipata, che ha preso le mosse dal versetto tratto dal Vangelo di Matteo (25, 36). «La realtà carceraria e l’amministrazione delle pene sono da sempre tra gli indicatori del grado di civiltà di una nazione e coinvolgono i principi fondanti della convivenza civile: giustizia, uguaglianza, diritti, inclusione e cittadinanza», hanno ricordato i promotori dell’iniziativa.

Il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste si è espresso più volte su questo tema, non solo per richiamare a condizioni più rispettose della dignità della persona, ma anche per promuovere la fiducia nella sostenibilità di una società meno “contenitiva”. Il convegno, tenendo ben presenti le sollecitazioni sinodali, ha dunque proposto un confronto sui temi della politica carceraria, senza eluderne le forti criticità. Allo stesso tempo, si è orientato a comprendere quali contributi la società civile, chiese incluse, possano offrire alla comprensione del fenomeno e all’articolazione di possibili risposte.

Anche per questo in apertura non è giunto un semplice saluto istituzionale. Le due riflessioni di Daniele Massa, presidente della Diaconia valdese, e di Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, hanno introdotto il tema nella sostanza e nella forma. Sono seguiti gli interventi del già Garante per i detenuti Mauro Palma e di Alessio Scandurra di Antigone; del sen. Andrea Giorgis, di Manuela Vinay, responsabile dell’Otto per mille valdese, del pastore valdese Francesco Sciotto (già coordinatore della Commissione Carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – Fcei); e ancora, del magistrato Marco Bouchard, presidente della Rete Dafne Italia, di Antonio Buonatesta, fondatore di “Mediante”, che ha raccontato come funziona la giustizia riparativa in Belgio.

«Già nel titolo dell’iniziativa c’era l’idea della visita, dell’andare a vedere – ha detto il già Garante dei detenuti e oggi presidente del Centro ricerca dell’European Penological Center / Dipartimento di Giurisprudenza Università Roma Tre, Mauro Palma –. Andare a vedere è un’azione estremamente importante, perché è la prima azione di connessione tra l’interno e l’esterno. Però vedere non è una questione facile, bisogna avere un occhio non assuefatto, capace di cogliere là, dove si annidano la difficoltà, quali azioni possano essere messe in atto, quali possano essere gli interventi esterni per aiutare le persone in carcere e per risolvere le loro difficoltà. Bisogna, dunque – ha proseguito Palma –, avere uno sguardo intrusivo, che in qualche modo faccia anche capire a chi “è dentro”, che il suo tempo, la sua realtà, non sono qualcosa di diverso da quella di chi sta andando a trovarli “vederli”, a visitarli».

Palma ha portato all’attenzione della platea tre visioni importanti: «L’idea di una giustizia che ha la sua origine, il suo modo di agire, nella sapienza e che produce concordia. Come quella di Ambrogio Lorenzetti, del Buon Governo: dove l’esercizio di giustizia deve produrre concordia. Un’altra immagine è stata quella di uno sguardo ampio: l’immagine della nostra Carta Costituzionale che per noi rappresenta, citando Archiloco (VII sec. a.C.), lo sguardo del riccio, che è uno sguardo più ampio e più profondo. E poi ho portato l’idea di una giustizia ricompositiva, prendendola dall’Orestea, ossia dalla capacità che si manifesta attraverso il momento pubblico, oggi diremmo il processo, non di stabilire la colpevolezza, che è anche ovviamente un obiettivo, ma di far passare la rabbia in possibilità di ricostruzione, ricordando che le Erinni, poi diventano Eumenidi. Calamandrei, che tanto si spese sul tema carceri, disse: “Bisogna aver visto le carceri da recluso, bisogna starci, per rendersi davvero conto di cosa si stia parlando” riferendo nel 1948 ai colleghi parlamentari le condizioni materiali e psicologiche dei reclusi e chiudendo con un imperativo: “Vedere questo è il punto essenziale!”. La cosa che più mi ha colpito della bella giornata di riflessioni – ha evidenziato Palma –, oltre al fatto di esserci ritrovati in un luogo evangelico è stata la capacità dei relatori di aver saputo “vedere”, per tornare a Calamandrei, tutta la sofferenza che c’è dietro alla privazione della libertà, ma di averlo fatto portando elementi positivi per la collettività».

Tanti racconti infatti sono stati dedicati alle buone pratiche, senza dimenticare il tema di fondo, la giustizia riparativa, il carcere come luogo di riabilitazione, di reinserimento lavorativo. Tra i relatori è stato il magistrato valdese Marco Bouchard a affrontare il focus: «La giustizia riparativa nasce ai confini tra il Canada e Usa all’inizio degli anni ‘7,. essenzialmente nella forma del contatto riparatorio tra autore e vittima, agevolato dall’intervento di un “terzo”. Si tratta di un recupero della relazione tra persone al tempo stesso divise e accomunate dall’esperienza delittuosa. Nell’intervento ho cercato di spiegare che cosa sia la giustizia riparativa oggi, ricordando appunto anche le origini – che in qualche modo ci riguardano come realtà protestante – in particolar modo del mondo mennonita. Siamo a un punto di svolta dopo 50 anni di esperienze, di programmi e anche di leggi e di norme internazionali. Abbiamo una legge dal 2022 che permetterebbe molti spazi d’azione; tuttavia la mia preoccupazione è che quest’idea di giustizia e la stessa legge non riescano effettivamente a incidere sul mondo carcerario, a togliere le persone dalle carceri. Per questo è ancora necessario oggi affrontare il tema della giustizia riparativa con pensieri profondi per guardare a essa a 360 gradi. Al concetto profondo su di una giustizia che raggiunge le vittime, gli autori dei reati e la comunità intera».

Un’occasione preziosa, poter dibattere così ad ampio raggio, anche per Daniele Massa, «Abbiamo fatto un percorso condiviso con Chiese e altri organismi che si occupano di carceri per arrivare al convegno: per noi un ulteriore approfondimento per capire come si possa operare come Chiese e come Diaconia a sostegno delle persone che sono in carcere e insieme agli operatori. Vorrei sottolineare una cosa che noi non siamo “buonisti”, per noi i reati sono una cosa seria sulla quale non concediamo sconti; però, allo stesso tempo, riteniamo che i detenuti abbiano i loro diritti e soprattutto che il carcere non debba essere visto come un dimenticatoio repressivo. La nostra teologia, la Costituzione della Repubblica italiana indicano nella pena anche quel momento per ridare e ricostruire i percorsi di vita delle persone».

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