“Se avessi un Dio”, gli interrogativi sulla fede di Maggiani

Gennaio, tempo di bilanci. Anche di vita: «perché sono così disgraziato, così…

Gennaio, tempo di bilanci. Anche di vita: «perché sono così disgraziato, così inetto – si chiede angosciato Maurizio Maggiani sulla Stampa – da non essere riuscito in tutto questo tempo della mia lunga vita ad avere un mio Dio, a mettere insieme bastante fede e buona volontà, sufficiente anelito? E sì che ne avrei bisogno come del pane. Li vedo i credenti, ne conosco diversi, e stanno tutti meglio di me, non saprei dire se sono più felici, ma di sicuro meno soli e la solitudine in tempi come questi è disperante».

La riflessione di Maggiani trascolora presto da “se avessi un Dio” a “se fossi Dio”, e il suo intervento si trasforma in un giorno del giudizio ante litteram: l’autore immagina di interrogare Musk e l’immancabile Trump (che metterebbe di fronte a un quesito di sapore evangelico: «Bene, ora che hai disfatto ogni cosa e ti sei preso tutto quello che volevi, cosa pensi di farci?»), prima di passare «seduta stante a fulminare senza necessità di inutili formalità processuali i bestemmiatori. I massacratori, i torturatori, gli affamatori, gli stupratori in mio nome», tra cui annovera Khamenei, Netanyahu, il sudanese Dagalo.

«E poi, e poi, e poi, io se fossi Dio… Ma non lo sono, e Iddio non riesco neppure a immaginarmelo, e questa è la mia grande disgrazia», conclude mesto Maggioni, e in mezzo all’insondabile mistero del cielo stellato si consola «con la certezza che il gran finale non è ancora stato scritto».

foto: mauriziomaggiani.feltrinellieditore.it

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