Gobetti, una vita fatta di intransigenza morale

Nel febbraio 2026 cade un centenario gobettiano. Gobetti morì in esilio a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 e fu sepolto al cimitero Père-Lachaise. Non aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell’anno. Gobetti fondò a diciassette anni la sua prima rivista, Energie nove, alla…

Gobetti, una vita fatta di intransigenza morale

2 Febbraio 2026

by Cesare Pianciola

Il 16 febbraio ricorrono i cento anni dalla morte dell’intellettuale e editore che incrociò il pensiero del protestantesimo

Nel febbraio 2026 cade un centenario gobettiano. Gobetti morì in esilio a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 e fu sepolto al cimitero Père-Lachaise. Non aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell’anno. Gobetti fondò a diciassette anni la sua prima rivista, Energie nove, alla fine del 1918; aveva vent’anni quando fece uscire nel febbraio 1922 il primo numero de La Rivoluzione Liberale, ventitré quando le affiancò Il Baretti. 1918-1926: è il tempo del tormentato dopoguerra, delle speranze rivoluzionarie, anche nella “rivoluzione liberale” sognata da Gobetti, e della brutale vittoria del fascismo che una classe dirigente liberale ristretta e oligarchica aveva pensato di cooptare e di addomesticare.

 

A Parigi Gobetti intendeva essere quell’ideale editore europeo che non gli si permetteva di essere in patria. «Parto per Parigi – scriveva a Giustino Fortunato – dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto. A Parigi non intendo fare del libellismo e della polemica spicciola, come i granduchi spodestati in Russia. Vorrei fare un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna». E la moglie Ada ricorda la sua «idea fondamentale di un centro di cultura europea: un centro da cui irraggiare fervore di ricerche nuove, concezioni di libertà e di modernità: un passo importante verso gli Stati Uniti d’Europa».

 

Com’è noto, Gobetti pensò il fascismo come «autobiografia della nazione», come concentrato di abitudini radicate nella cultura italiana dal trasformismo all’opportunismo, alla demagogia, ai falsi unanimismi, alla retorica, abitudini che affondano nella tradizione controriformistica di un Paese che non aveva conosciuto una rivoluzione borghese radicale e in cui la Riforma religiosa era stata soffocata e perseguitata.

 

Il valore dell’intransigenza diventò la divisa diGobetti e un aspetto essenziale del suo antifascismo etico, fondato sul tener fermo ai princìpi, costi quel che costi: un atteggiamento che alla lunga, pensava, avrebbe prodotto effetti politici più duraturi di qualsiasi compromesso in vista di risultati immediati. La sua fu una «religione della libertà» – espressione che usò, molto prima di Croce nella sua tesi su Vittorio Alfieri –, per cui subì arresti, persecuzioni, continui sequestri della rivista, un brutale pestaggio fascista dopo il delitto Matteotti e infine la morte in esilio.

 

I protestanti hanno molte ragioni per ricordare Gobetti, che dal 1923 collaborò a Conscientia, diretta a Roma dal battista calabrese Giuseppe Gangale, riconoscendovi «una esigenza di protestantesimo come noviziato di libertà, di serietà morale, di educazione moderna». Gangale nel necrologio su Conscientia scrisse: «Gobetti che errò per l’Italia inquieto inquietando le coscienze nostre: che veniva qui a Roma in terza classe, frettoloso, arruffato, con la grossa valigia carica dei suoi libri e dei suoi giornali che egli stesso distribuiva ai librai e collocava dai giornalai; che a casa sua […] aveva impiantato una casa editrice in cui egli era tutto: autore, editore, contabile, spedizioniere, incollatore di fascette. E i giovani sentirono il fascino e il contagio di questa ascesi febbrile e operosa». Nel corso degli anni il rapporto tra Gobetti e la cultura protestante è stato oggetto di convegni e approfondimenti. Tra gli studi recenti si segnala Piero Gobetti e la Riforma in Italia, a cura di Marta Vicari (Aras, Fano, 2018), con prefazione di Valdo Spini e i saggi – tra gli altri – di Davide Dalmas e Anna Strumia che da anni lavorano su questo tema.

 

Gobetti sperava che anche in Italia si diffondesse, grazie allo sviluppo dell’industria e delle aristocrazie imprenditoriali e operaie, un’etica moderna della responsabilità personale, della dignità del lavoro, della positività del conflitto sociale e politico: è questa – scrisse – «la religiosità dell’uomo moderno, la religiosità della democrazia come forza autonoma, liberamente operante dal basso, senza limiti che la predeterminino fuori della volontaria disciplina che essa stessa si pone». Come sottolineò Carlo Levi in un bellissimo saggio uscito nel 1933 nei Quaderni di Giustizia e Libertà, c’era in Gobetti l’idea di una democrazia radicale, forse utopica ma ispiratrice di lotte e conquiste reali, e impegno per suscitare “energie nove” di iniziativa dal basso tese a realizzare – scrisse Levi a Piero Calamandrei – «una società molteplice, libera, articolata, viva per l’interna dialettica delle sue forze, realizzantesi contro ogni paternalismo in infinite autonomie».

 

In questo, Piero Gobetti sta sì in un passato centenario ma ci indica un futuro possibile, per il quale vale la pena di riprendere il filo del suo discorso interrotto.

 

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